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Acquisti annoverabili: QUESTO E' ANCORA PIU' INUTILE AGGIORNARLO
APRILE:#Pataloni in raso nero di Jucca#Jeans noncicredochemisoentrati di Elementi#"Il continente diviso"di Hitchcock#"Le ombre dell'Europa"di Mazower#Due paia di calze di seta:sono una pazza!#Pochette bianca in vernice,frutto di shopping post depressione
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#Inviare i manoscritti
#Rendere giustizia a Padre:CONFESSARE!
#Preparare MedievaleII
#Preparare Storia dell'Europa Orientale
#Preparare arte moderna
#Studiare!!
#Sostenere il colloquio per il nuovo lavoro
#Comprare un paio di jeans
Da una settimana io e mio padre andiamo a passeggiare lungo il lago. Un appuntamento privato fatto di solchi sulla strada e un fiume di parole che sono più che altro pacche sulla spalla: noi ne abbiamo bisogno, sembra terapeutico, ho rinunciato ad appuntamenti e lezioni per le nostre private sedute di sostegno e forse questo è il mio problema. La mia esistenza mi ha riservato una sequela di violenti colpi in faccia sì, ma ho sempre avuto affianco qualcuno che mi consolasse con salutari pacche sulla spalla ed è per questo probabilmente che trovo inaccettabile il contrario; ho delimitato il territorio del mio mondo intimo, degli affetti e delle piccole segretezze, che mi rimane impossibile lasciare entrare chi non sa o non vuole conoscerne la nomenclatura.
Dal momento in cui ho pagato a caro prezzo la strategia della difesa come miglior attacco, ho iniziato con l'esclusione e l'autoreclusione che di per sè è ancor più nociva, ma spesso è anche l'atteggiamento degli altri a determinare il nostro, solo che sono stremata dalla scannerizzazione dei miei errori e da quelle che erroneamente -lo ammetto- chiamo contingenze.
Non sono gli altri a non dovermi toccare -sarei un'ingenua anche solo a pensare che questo possa essere possibile- ma io che devo imparare a non lasciarmi scalfire.
Ho voglia di calze colorate, di mise sixties, cappottini gialli, castagne e cacio&pepe.
Avrei voglia di mollare il regime alimentare para-fascista e farmi ad una ad una tutte le sagre eno-gastronomiche della mia regione, smantellare l’armadio, svuotare la stanzetta delle scarpe e riempirli di nuovo e, soprattutto, più di qualunque impalpabile vestito, più di ogni inarrivabile monumentale stiletto, più dei deliziosi cannelloni di mia madre, io vorrei con tutta me stessa che la lista degli esami che mi mancano alla laurea si autodepennassero, che la pila di libri davanti a me si assottigliasse all’improvviso.
Che inizio ad avere paura: ogni volta che una persona ripone tanta fiducia nelle mie capacità io temo di tradire le aspettative e la professoressa era così entusiasta di affidarmi una tesi su cui punta molto per risvolti futuri, convinta che macinerò esami senza sforzo, che ci credo perfino io.
Ma -e questa è la cosa più sconvolgente- non vorrei mai, nemmeno per un attimo, che la tesi fosse lì finita davanti a me grazie ad un incantesimo allucinatorio: la odierò, maledirò me e quella fottuta paccotiglia fra qualche mese o un anno, ma non ora.
Adesso ho quella smania per l’avventura che inizia e, benchè sia una delle poche spostate mentali che alla mia età si esalta per la gente morta, per le guerre e per i nobili lascivi, è meraviglioso provare di nuovo tanto entusiasmo perduto.
Godiamoci la vita, o Lesbia mia, e i piaceri d'amore;
a tutti i rimproveri dei vecchi, moralisti anche troppo,
non diamo il valore di una lira.
Il sole sì che tramonta e risorge;
noi, quando è tramontata la luce breve della vita,
dobbiamo dormire una sola interminabile notte.
Dammi mille baci e poi cento,
poi altri mille e poi altri cento,
e poi ininterrottamente ancora altri mille e altri cento ancora.
Infine, quando ne avremo sommate le molte migliaia,
altereremo i conti o per non tirare il bilancio
o perché qualche maligno non ci possa lanciare il malocchio,
quando sappia l'ammontare dei baci.
Qualcuno mi ha chiesto come riesca a non stancarmi del mio continuo procrastinare, come non mi stressi quel crogiolarmi in un continuo indugio; ebbene, consapevole che questo scatena il meccanismo di amore e odio che fa parte di me, ho sorriso un pò perchè mi conosco schifosamente bene. Tentenno, mi beo languidamente nel limbo, poi all'improvviso
-senza un apparente motivo- mi scatta la spinta decisionale e l'iperattività irrefrenabile: in cinque minuti svolte titaniche, programi stilati realizzati, pagine studiate e raggiunto l'obiettivo si torna sul triclinio.
Ecco sono in una fase d'irrazionale operosità che, unita alla dieta [ah tipo sti cazzi ma sono dimagrita 5 chili] crea un connubio micidiale: niente trucco, vivo in pigiama con le mani perennemente sporche d'inchiostro e i segni di matita sulla faccia (non ho idea di come ci riesca) tonnellate di gente morta da studiare e niente relazioni sociali.
Niente allarmismi: tra due settimane tornerò a non fare un cazzo, tranquilli
Sono tornata da qualche giorno e devo ancora metabolizzare ogni singola pietra altomedievale, ogni sentiero soleggiato, ogni bicchiere di porto gustato alla Ribeira al tramonto, ogni caloria ingurgitata alla Pasteis de Belém e quella strana sensazione di vedermi sbucare un cavaliere templare da un chiostro.
Abbiamo macinato chilometri acciottolati mano nella mano, scalato avvallamenti rocciosi aspettando una torre all'orizzonte e tagliato il Portogallo in macchina fumando sigari e dando i nomi alle cose.
Ho apprezzato tutto di questi dieci giorni, anche le frasi inaspettate e le consapevolezze giunte tardi, al contrario di quanto si possa credere stranamente sono grata per quel discorso duro e chiarificatore, perchè mi sta aiutando a ricordarmi quello che conta, a valorizzare le poche cose a cui tengo, nonostante me.
(Per le foto considerate che oggi sono riuscita a postare quelle di Budapest dopo due mesi e sì, sempre qui)
Sono circondata da appunti e cartine e sommersa da T-shirt improbabili, un armamentario di roba manco stessi andando ad esplorare la Patagonia.
Invece ho un aereo per il Portogallo domani: dopo tre giorni a Lisbona, ci aspetta un viaggio on the road con lo zaino in spalla(shiccosissimo tralatro), Pollock a fare le sue foto ed io a catturare immagini imprigionandole nelle parole.
Nascosti in un angolino -tra i bermuda e le sneackers- ho incastrato due vestiti tipicamente da me per non dimenticarmi chi sono, che è probabilmente un vezzo ed un gesto inutile, visto che non riesco a scordarmelo nemmeno per cinque minuti, nè per la pace, nè per la gloria, neanche per amore. On air: Josè Saramago, Viaggio in Portogallo Otis Redding, Sitting on the dock of the bay
Ci si vede cugini, non mi incasinate il blob
(male che va mettetece 'na pezza!)
Ho venticinque anni questa mattina.
La scorsa notte l'ho trascorsa nel solito posto speciale -la panchina sul lago- a scartare un regalo fantastico mentre Pollock scattava millemila foto alle mie facce buffe, dopo aver letto il biglietto d'auguri stortignaccolo di una cinquenne.
Ed in quel momento non mi sono sentita semplicemente felice, allegra o soddisfatta, ma amata. Amata da un uomo meraviglioso che accetta ogni mia piccola nota infantile e la trasmuta in una preziosa peculiarità, da una bambina di cinque anni che disegna farfalle per me e dai miei genitori che mi regalano viaggi con lo stesso entusiasmo con cui mi compravano le bambole.
E non ho pensato, nemmeno per un istante, a quello che non ho, alla mia fottuta procrastinabilità, al dolore che ho provato e alle cose che ho perso: ho il mio quarto di secolo e fa davvero la sua porca figura!
Mi lamentavo giusto stanotte della mia inconcludenza, della sublime arte del procrastinare di cui sono sovrana, quando una telefonata mi informa che ho un briefing la prossima settimana ed inizierò a lavorare precisamente il 20 agosto, giorno della nobile ricorrenza del mio quarto di secolo. E sono tre ore che sono ficcata nella stanzetta delle scarpe a cercarne un paio sguarnite di tacchi che mi consentano di stare otto ore in piedi.
Devo imparare a farmi i cazzi mie e smetterla di parlare da sola: qualcuno potrebbe sempre sentirmi!
E' che sono nata vintage e ci morirò, ma a me i cambiamenti shoccano e, anche la minima variazione al tema mi provoca nevrosi insormontabili.
Per dire, Harry Potter la Quattrocchia Volante.
Ecco, l'ho visto al cinema l'altra sera e mi ha ucciso, tutto: i ragazzini rompicoglioni e i loro genitori molesti, il fatto di non poter annegare nelle pop corn causa dieta e il film più di tutto.
A parte il fatto che avrebbe potuto chiamarsi Harry Potter e Frà Cazzo da Velletri e la cosa non avrebbe minimamente inficiato il fine ultimo della storia, ma poi, da quando Hogwarts è diventata una casa d'appuntamenti? Tutti a pomiciare nei corridoi, Ron il Roscio che a forza di limonare gli si screpolano le labbra, Hermione che c'ha le crisi di nervi chè gli piace lui, che forse ricambia ma intanto si ammucchia con un'altra; la Quattrocchia invece di salvare il mondo c'ha il tarlo della fica (e che dio la benedica).
Insomma pare Gossip Girl solo che al posto dei vestiti da strappona c'è una bacchettata qua e là e questo mi ha provocato anZia.
Budapest mi ha illuminato gli occhi e il New York Palace mi ha riconciliato col mondo, come ha detto Pollock vedendomi uscire dopo due ore di spa.
Tre giorni sono sufficienti sia per vedere la città (deliziosa), per esplorare la collina di Buda e scalare la Cittadella (beh le informazioni sui mezzi di trasporto non sono il loro forte, ma gli ungheresi sono il popolo più ospitale e gentile che ho conosciuto, quindi si sforzeranno di aiutarvi) che per girovagare in lungo e in largo per Pest, ma quattro giorni sarebbero l'ideale per risparmiarvi l'effetto sfacchinata.
Vi sconsiglio la Budapest Card e le forme di biglietto comulativo, la città è a misura di Mademoiselle e usando la metro (a parte la linea 1 d'epoca, interamente in legno e maioliche da vedere assolutamente) vi perdereste dei palazzi liberty meravigliosi e le passeggiate sui ponti dove si mescolano (specie nel week end su quello delle Catene) autoctoni e turisti, bancarelle d'artigianato raffinato e chioschi di dolci e carne. Per lo shopping c'è ovviamente l'Andrassy, una sorta di via Condotti, coi suoi Dior, Versace e via dicendo, proibitivi come in Italia: io ho optato per le manifatture, ho comprato un diario in pelle rilegato a mano da un ragazzo simpaticissimo.
E ora veniamo al tanto sospirato Hotel. Il New York Palace del gruppo Boscolo è il non plus ultra del lusso e della raffinatezza nel servizio, nel cibo e nella cortesia, la colazione è un'esperienza trascendentale e il modo che hanno di coccolare gli ospiti ti fa venir voglia di abbracciare l'inserviente. Il Palazzo nasce come un cafè ottocentesco, quella che è ora l'immensa hall di marmo dai lampadari giganteschi, strutturata come una coorte in cui si affacciano i quattro piani dell'albergo in un colonnato da togliere il fiato; la particolarietà delle stanze è il lampadario centrale, assolutamente originale per ognuna: il nostro era una cascata di narcisi di cristallo, intrecciati da rami di foglie in ferro battuto.
Inutile parlarvi della pulizia, dei prodotti Etro per il bagno, dell'isolamento degli infissi che mi sembrava di stare in un cocoon (o al manicomio dipende dai punti di vista) perchè ciò che vi shoccherà sarà la spa: hammam, sauna e una vasca olimpionica idromassaggio in marmo e piastrelle con getto centrale che non vorrete più uscire (c'è anche la palestra, ma l'ho schifata appena entrata quindi non chiedetemi che ci fosse). E, soprattutto, la massaggiatrice: un angelo, un'essere etereo che mi ha fissato un trattamento senza appuntamento, che invece di farmi un massaggio rilassante di 50 minuti, si è presa cura delle mie fragili membra per più di un'ora e allo stesso prezzo della mia estetista che lavora in casa. Quando sono uscita stavo fatta, nemmeno il pensiero del taxi che ci avrebbe portato via poco dopo avrebbe potuto scalfire la mia teutonica aria di benessere: sarebbe bastato varcare il romanico suolo per incazzarnmi e farmi spuntare una bolla sul mento (mannaggia il clero).
Perchè oggi ve dice bene: se avete bisogno di info più dettagliate e/o indirizzi e curiosità, contattatemi che ho stilato una sorta di mini guida alternativa.