
Il fatto che il mio notebook sia collassato è una delle tante fatalità che da sempre mi colpiscono ad hoc; sì, perchè in questi giorni sto vivendo una sorta di delizioso isolazionismo autoindotto, mi sto dedicando ai miei pensieri e per una che spesso li ignora arbitrariamente per favorire un antropico benessere, è davvero molto.
Mi sono dipinta le unghie e in quel rosso cupo da post cena con le ragazze mi sono chiesta cosa sia l'amore per me, o meglio, perchè sia così diverso dalla loro visione tangibile e passionale, perchè io lo veda nella curva del polso mentre le mani afferrano il volante, nel suo modo di prepararmi il the, in quella dolce e ironica condiscendenza che ha per me.
Poi, un gesto, un semplice banale gesto per occhi allenati, mi ha portato a questo stato di nebulosa distrazione: un libro.
Un libro che cercava per me lo scorso anno, giunto inaspettato il week end passato.
- Ah te ne sei ricordato! Lo cercavi l'anno scorso giusto?
- No, non ho mai smesso di cercarlo da quel giorno
E in quell'istante, mi si è sigillato il cuore, mi sono chiusa in una sorta di Sindrome di Sthendal davanti al quadro più compiuto che abbia mai visto che è quest'uomo, che cerca da un anno lo stesso libro per me, che invece di partire per il suo compleanno, sposta un fine settimana a Budapest insieme affinchè cada nel giorno del nostro anniversario, che ogni giorno mi porta a desiderare di potermi guardare con i suoi occhi.
Erano i luoghi della mia infanzia: ho collezionato una miriade di ricordi e persone in quella piazza squassata e in quei paesini affastagliati che si scorgevano dal finestrino.
A L'Aquila ci si andavano a comprare le cose per la scuola prima di settembre e ci si portavano all'ospedale amici e parenti imbranati sugli sci in dicembre; in una libreria de L'Aquila, mio padre mi regalò il mio primo libro con un incoraggiante " Ho fiducia in te " e, qualche anno più tardi, non ne ebbe per mandarci tutti lì a ballare - e forse fece bene - ; ritrovando un tema delle elementari " Racconta la tua domenica" trovo scritto
" Domenica sono stata a L'Aquila, il mio papà dice che è la città più fredda d'Italia".
E questo mi ha fatto piangere più di quanto piansi il giorno in cui mio fratello tentò
" accidentalmente " di affogarmi nel laghetto di San Demetrio, più dell'opera che vidi per la prima volta al castello di Celano.
Ma la cosa che più mi commuove, più delle immagini drammatiche è, inspiegabilmente, sentire quel dialetto tanto familiare spezzato dalle lacrime.